Il business del drammatico

Chi sfoglia con passione la carta stampata di un quotidiano, guarda i telegiornali o ascolta la radio mentre si reca al lavoro in auto ha sicuramente avuto modo di apprendere le tristi notizie che si sono succedute in questi giorni. L’incidente ferroviario in Puglia, l’attentato a Nizza e il tentato colpo di stato in Turchia, in aggiunta alla solita sfilza di omicidi, incidenti e violenze.

La settimana appena trascorsa ha richiesto a molti giornalisti di fare gli straordinari, anche per documentare le evoluzioni che ora per ora accadevano in questi contesti.

Si è scritto, detto, raccontato, filmato, fotografato tanto su questi avvenimenti.

Forse troppo.

Premessa. Non spetta a me commentare questi eventi. Non mi intendo di terrorismo né di politica internazionale né tanto meno di sicurezza ferroviaria. E le mie riflessioni per quanto possano essere profonde risulterebbero un po’ banali. Chiacchiere da bar.

Sui Social Network invece è partito il tam tam. E così oltre ai soliti hashtag #PrayFor (aggiungere la città dell’evento drammatico) in molti si sono improvvisati opinionisti, esperti in materia, in molti hanno condiviso, twittato, rebloggato. Ed è di questo che voglio parlarvi. Documentarvi di come ho visto la gente normale  e purtroppo anche alcuni “del mestiere”, diffondere questi fatti.

Osservate la foto che ho caricato. Tra le centinaia, migliaia di foto dell’attentato questa è la più condivisa. I giornali, le pagine online, i telegiornali la continuano a riproporre. La Repubblica titola “La strage dei bambini” bello in grande in copertina. Eppure ne sono morti solo 10. E le altre 74 persone? Fa più figo narrare di una giovane vita stroncata rispetto a quella di una persona adulta? Il valore di una vita umana si stima in base all’età? O si vende qualche giornale in più parlando dei bambini? L’utente medio questo non lo capisce. Lui ama condividere foto di sangue, feriti, morti non solo per ottenere consenso virtuale, ma per sentirsi in pace con se stesso. Ho condiviso una notizia tragica, mi convinco di essermene rammaricato, ho provato un sentimento di pietà, per oggi sono in pace con me stesso e con Dio. E avendola pure condivisa, anche con la comunità virtuale. Di questi esempi ne potrei fare a bizzeffe. Più la notizia è pietosa più il pulsante “condividi” è cliccato. Le storie più toccanti che erano a bordo dei treni Pugliesi, gli innocenti morti durante il colpo di stato per difendere la democrazia, e i bambini di Nizza.

Ma questo non capita purtroppo solo durante i grandi e tragici avvenimenti. Ormai si è creato un business del tragico. Business su cui sono incentrati molti programmi da “Chi lo ha visto?” a “Porta a porta” passando per i dolori della D’Urso sul cinque. Si cerca la morbosità, si costruiscono plastici con scene del delitto, si illustrano filmati amatoriali di violenze, si cerca il dettaglio malato. E l’utente medio si nutre di tutto ciò. Anzi lo condivide. Ma perché? Perché siamo così macabri nella scelta delle notizie inducendo i giornalisti a produrne delle nuove? Perché cerchiamo il pelo scabroso nell’uovo della notizia?

Forse godiamo semplicemente nel vedere il tragico intorno a noi. O abbiamo una sorta di sindrome dei “sommersi e dei salvati” che ci porta a sentirci meglio vedendo che gli altri stanno peggio. Il dolore però diventa spettacolo. Un modo per avere i famosi 15 minuti di gloria proclamati da Warhol. Cercare a tutti i costi la compassione della gente, dimostrandosi sgomenti per fatti accaduti che, tra parentesi, nemmeno ci riguardano direttamente. Dimenticandoci che il vero dolore è silenzioso e intimo e non si manifesta davanti ad una telecamera o tanto meno su un Social Network.

Quindi qui diventa fondamentale la bravura del giornalista. Il suo compito si fa tosto. Fin dove si può addentrare nei dettagli di una notizia? Fin dove può arrivare a scrivere per suscitare rabbia, angoscia, emotività nei suoi lettori? Ma soprattutto fin dove si può sfruttare la vita, la morte, il dolore per fare notizia, per vendere qualche copia in più?

Meditate gente, meditate.

 

2 pensieri su “Il business del drammatico

  1. È’ come quando guardi un gran premio di F1 e non succedono incidenti: senti dire che é noioso. E chissà, magari i giornalisti hanno pensato – o forse capito – che alla gente comune non interessa sentire o vedere di vite o cose “normali”. .. Ha bisogno di eventi eclatanti, di disgrazie … Io non capisco. Come non capisco il perché il bello e il buono che c’è in questo mondo non riesca a fare altrettanto ‘notizia’.

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    1. L’uomo cerca il dolore perché è nella sua natura il male. L’intera cultura cristiana si basa sul concetto di peccato originale. L’uomo è marcio dentro di partenza. E un po’ è vero. Gusti televisivi, gusti editoriali, ma anche gusti sessuali e culturali stanno decadendo sempre di più nel “malato”. E i giornalisti, gli editori, i produttori televisivi sbagliano nell’assecondarli. Ma chi guarderebbe un telegiornale che parla di tutto il bello che c’è in giro? E il bello c’è! C’è un’Italia fatta di volontariato, persone oneste, persone creative e geniali. C’è un Italia con le sue famiglie per bene, le comunità, l’integrazione degli stranieri. Ma tutto ciò fa notizia? O è più bello assecondare il lato marcio?

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