Un tram e cento messaggi quotidiani

Se ne stava andando.

Su quel tram.

E io come un ebete lo guardavo sfrecciare veloce sulle rotaie.

La portava via.

Proprio ora che tutto era chiaro, proprio ora che avevo capito tutto. Proprio ora che ci eravamo conosciuti. Proprio ora che tutto aveva un senso.

Sì, era giugno.Qualche anno fa. Faceva fresco perché la mattina era piovuto. Una pioggia che aveva lavato via i pensieri e che mi  aveva lasciato la mente fresca come l’aria dopo una tempesta.

In testa avevo un tormentone estivo che continuava ad agitarmi, a farmi muovere involontariamente un piede a ritmo di musica. Per uno studente sedicenne questo era il massimo della vita. Un vecchio cinquantino tutto scasso, una hit in testa, la fine dalla scuola incombente (con solo un debito per fortuna, maledetta chimica) e due ragazze in ballo.

Già. Ben due ragazze.

A sedici anni io ero innamorato di due ragazze.

La prima beh… era uno spettacolo. Viso aggraziato, con una frangia di capelli castani che le cadeva sul volto, nasino aquilino e due meravigliosi occhi color nocciola. Delicata sia in volto che nel corpo, osservavo il suo composto modo di sedersi sui traballanti sedili del tram. Vestiva sempre in maniera fine, elegante ma femminile, con lo zaino azzurro appoggiato sulle gambe e qualche libro di troppo sotto il braccio. Ah… ultimo dettaglio: non ci conoscevamo. Non le avevo mai parlato, mai un saluto, mai una parola. Solo sguardi. La fissavo di nascosto mentre ascoltavo la musica su uno dei primissimi lettori mp3 la mattina sul tram numero 6. Quella ragazza che fisicamente mi attirava così tanto, che tanto mi incuriosiva la vedevo solamente nel tragitto per andare nel mio squallido liceo di periferia. E me la sognavo poi in classe mentre fissavo distrattamente la lavagna con tutte quelle formule, con tutti quei problemi. Non sapevo niente di lei se non che era una studentessa del classico tre fermate dopo la mia. La vedevo infatti spesso con un grosso vocabolario di greco che faceva capolino da una tracolla. E con la mia fantasia viaggiavo, viaggiavo… Mi immaginavo la sua voce, mi immaginavo di conoscerla, di parlarle, di chiederle il numero di telefono. Non so cosa mi attraesse tanto di lei; forse il suo corpo, forse il suo volto o forse l’alone di mistero che si era creato intorno ad essa. Ma mi diedi un obiettivo: entro la fine dell’anno scolastico avrei dovuto conoscerla, avrei dovuto presentarmi. Ma intanto il tempo passava, le corse sul tram finivano e io non facevo altro che sognare e sognare…

La seconda beh… paradosso della situazione ero io a non sapere chi fosse. Sapevo solo il nome. Non un volto, non un indirizzo, nulla. Sapevo solo che tra noi c’era una sintonia incredibile. E quindi? Come facevamo a conoscerci così bene? La risposta è cento messaggi quotidiani. A quei tempi Internet sui cellulari era una chimera. No Facebook, no Twitter né Instagram. Solo 100 Sms al giorno da piano tariffario. Te li dovevi far bastare. E noi con 100 ci sentivamo ogni giorno. Tutto era nato un pomeriggio dopo scuola, da un messaggio da numero sconosciuto. Pensavo fosse uno scherzo, qualche anno fa andavano parecchio di moda. E invece no. Era una ragazza. Parecchio imbarazzata per giunta. Mi aveva semplicemente mandato un messaggio dicendo che mi aveva visto e che tramite un amico era risalita al mio numero. E messaggio dopo messaggio ci eravamo conosciuti. Ed era stato bellissimo. A quei tempi era una cosa rivoluzionaria conoscersi con la tecnologia. E lei era una ragazza con una straordinaria semplicità, una tal innocenza ma al tempo stesso profonda, innamorata della vita e acculturata. Mi scriveva della bellezza dei piccoli gesti, della semplicità  della quotidianità, della sicurezza che le dava la sua routine e della dolcezza delle persone che la circondavano. Piano piano, sms dopo sms iniziavo a conoscerla e a desiderarla. In questo caso a desiderare un’anima non un corpo. Ma avevo troppa paura di chiederle di uscire per non rovinare il bellissimo rapporto “messaggistico” che si stava creando. E quindi anche in questo caso sognavo, sognavo…

Io a sedici anni ero proprio un orso. Un orso non solo per il fatto degli ispidi peli che si arruffavano sul mio volto, ma per via del fatto che frequentavo poca gente. Sì, è vero c’era la compagnia del calcetto, con cui però il massimo del divertimento era una gara di rutti e qualche sfida con i cinquantini. Poi i compagni di scuola, che mi stavano parecchio sulle balle perché avevano tutti qualcosa che io non avevo. Chi un voto in più in pagella, chi un cinquantino più bello del mio, chi la fidanzata. Quindi il massimo del rapporto tra di noi era “Mi passi i compiti?”. E tutto finiva lì.

Ma nella vita avevo due obiettivi. Conoscere queste due ragazze. Dare un volto ad una ed un’anima all’altra.

Bel casino eh?

I giorni passavano al ritmo di due viaggi in tram e cento messaggi.

Perché per amare una persona non devi conoscerla completamente. Se sai già tutto di lei non avrai più nulla da scoprire, non avrai più nulla di nuovo di cui innamorarti ogni giorno, non avrai né difetti né pregi che ti lascino stupito, ancora una volta e una volta ancora… Cosa ne pensi di questa frase?” Messaggio numero 67. Lo leggevo fissando la ragazza misteriosa del tram quel pomeriggio a ritorno da scuola. Quanto era vero. E quanto avevo io ancora da scoprire, ancora da esplorare. Eppure ero così timido, così frustrato da questa timidezza. Al tempo stesso avrei voluto che questa situazione non finisse mai. Succhiavo la mia fantasia come se fosse stata una mentos dal sapore gradevole che mi dava tranquillità. Sapevo che esponendomi avrei potuto fare la mossa vincente con una delle due. Andare a fondo. Eppure temevo che la ragazza del tram mi prendesse per uno stalker e che quella dei messaggi fosse un “roito” incredibile deludendo ogni mia aspettativa. Ero in una sorta di limbo in cui sapevo che non sarei potuto stare a lungo. La fine della scuola era così vicina…

Ti sei mai innamorato?” Messaggio numero 59. Mi ero mai innamorato? Ci si può invaghire di un corpo e basta? O di un carattere, un’anima soltanto? O per definirti innamorato devi amare in una persona sia l’anima che il corpo? “Non lo so…” Era la mia risposta. Non so se si poteva definire innamoramento tutto ciò. Avevo sedici anni e fino ad allora non avevo mai pensato alle ragazze. Pensavo alla playstation, a Fifa, a fare virtualmente il culo alla squadra avversaria in qualche gioco dalla grafica scadente. Pensavo a quanto era bello il mio Nokia ultimo modello che anche se cadeva dal terzo piano non si faceva un graffio, pensavo al mio cinquantino fatto truccare di nascosto ad un amico più grande di me, pensavo anche un po’ allo studio, a portare a casa almeno un sei dove potevo. Ma alle ragazze proprio no. Era la prima volta.

Avevo cominciato a scoprire sempre più cose via messaggio dalla “ragazza dei 100 messaggi”. Ormai la chiamavo così. Mi aveva raccontato, sempre con il suo modo di fare semplice e sincero, della sua vita, che frequentava il liceo classico, studiava parecchio e che anche lei aveva qualche difficoltà a relazionarsi con le altre persone. Non avevo mai avuto il coraggio di chiederle da chi avesse ottenuto il mio numero. Insomma da un lato volevo rimanesse un mistero, dall’altro ero sempre più incuriosito. Mi aveva raccontato che amava fare lunghe passeggiate da sola perché “camminando si schiariscono le idee”. Avrei desiderato fare con lei una lunga camminata, dirle tutto quello che le dicevo in cento messaggi. Poi mi diceva che faceva danza ed equitazione, mi diceva i suoi gusti in fatto di cibo, i suoi gusti nello studio, come passava il weekend. Non si parlava mai di ragazzi però. Avrei voluto chiederle se mi trovava attraente (visto che diceva di avermi visto un paio di volte), avrei voluto dirle anche io che sognavo il corpo della ragazza del tram, ma non avrei mai voluto in qualche modo offenderla. Perché mi piaceva scriverle. Mi piaceva ricevere il suo buongiorno e la sua buonanotte (messaggi rispettivamente 1 e 100), mi piaceva come avere un diario su cui annotarmi la giornata e vedere che il tempo passava e io stavo cambiando.

Stavo cambiando. Non ero più lo stesso ragazzino di 16 anni. Queste due ragazze mi stavano cambiando. Curavo sempre di più il mio aspetto fisico e il mio modo di vestire, mi mettevo il profumo e pulivo le scarpe. Anche a scuola mi impegnavo di più, come se dire che avevo preso un otto in latino per messaggio lo facesse valere di più quell’otto.

E il tempo però passava e io rimanevo nel limbo…

E anche l’ultimo giorno di scuola era andato. Da una parte ero contentissimo perché finalmente avrei avuto tre mesi liberi in cui il cazzeggio sarebbe stato all’ordine del giorno. Calcetto, tv, girare a caso con il cinquantino, leggere i libri scelti da me, andare a letto tardi e svegliarsi a mezzogiorno, andare a ballare, a correre, in piscina… Goduria totale. D’altra parte ero triste. Dei miei due obiettivi non ne avevo raggiunto nemmeno uno. La ragazza del tram rimaneva senza nome e la ragazza dei cento messaggi senza un volto. Non ero riuscito in nulla…

Stavo rientrando a casa sul mio solito tram. Era sera. I lampioni si stavano iniziando ad accendere sfarfallando. Avevo bighellonato tutto il giorno in centro con un amico a mangiare dei gran gelati dopo la fine dell’ultimo giorno di scuola. Improvvisamente mi prese una stana sensazione. Avente presente quando vi sentite “carichi”? Forse ero carico per la musica sparata nelle orecchie che mi faceva venir voglia di ballare, forse ero carico perché era tutto finito e iniziava qualcosa di nuovo, un nuovo periodo, forse ero carico senza un perché. Non poteva finire così. Almeno una delle due ragazze avrei dovuto conoscerla. E siccome sul tram non c’era la ragazza misteriosa toccava alla ragazza dei cento messaggi.

Ero arrivato a scriverle il messaggio numero 99. Ne avevo solo uno a disposizione. Presi tutto il coraggio del mondo. Me lo sarei dovuto giocare benissimo. E alla sua risposta avrei dovuto attendere il giorno successivo per rispondere ancora. Ma non mi importava. Scrissi di getto: “Ho deciso, dopo tanto scriverci è ora di dare un volto alle parole. Ho voglia di conoscerti, di stringerti la mano e di ringraziarti per tutti i tuoi consigli e le belle parole. Insomma ho voglia di conoscerti” Messaggio numero 100. Ora non mi rimaneva altro che attendere una risposta. E cominciai a fissare il cellulare con ansia, attendendo.

Il tram numero 6 continuava a sferragliare verso casa. La mia fermata era la prossima. Un ultimo sguardo al cellulare e mi preparai a scendere. Sentii il rumore stridulo dei freni e la vettura fermarsi di scatto. Le porte pneumatiche si aprirono con un cigolio. Misi un piede sul primo scalino e la vidi. Lei stava salendo. Con il suo zaino azzurro e il suo fascino. Ero già con un piede fuori dalla vettura che mi fissò. Fisso proprio me. Sorrise. Proprio a me. Il cuore mi batteva nel petto. Come un tamburo. La scena era surreale. Io in procinto di scendere, lei che stava salendo , ci muovevamo come a rallentatore persi l’uno nello sguardo dell’altro. Poi lei parlò:

Grazie per i cento messaggi quotidiani”

E completammo entrambi il passo io scendendo dalla vettura, lei salendo.

Il tram ripartì.

Un finale un po’ scontato.

E così mi lasciò lì. A fissare quel tram. Con i miei capelli arruffati, la mia barbetta incolta, e il mio brutto carattere da orso.

Questo testo è un esercizio di scrittura creativa. Ringrazio la pagina “Scrivere Creativo” per la bella idea. Le modalità dell’esercizio erano queste. Il fotogramma è preso dal film “La tigre e la neve” di Roberto Benigni. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...