Volo 2201

Volo 2201. Orbitas Airlines. New York International Airport, USA. Destinazione Rome, Italy.

-Torre Volo 2201. Ready!- scandì in un fluente inglese il primo ufficiale alla radio.

-Volo 2201 Torre. Attendi autorizzazione al rullaggio. Raccordo Bravo per ingresso in pista- fu la rapida risposta della Torre in un inglese dal forte accento americano.

I due piloti si sorrisero complici. Nessun ritardo, nessun inghippo nella check list delle operazioni di volo e il caffè nella tazza cartonata di Starbucks quel giorno era particolarmente buono.

Il bestione, un Boeing 747, fischiava e rantolava sotto di loro, ovattato dalla cabina insonorizzata.

Ora non rimaneva che aspettare.

Le nuvole coprivano il cielo di New York, quel venerdì mattina. Non pioveva però, e la visibilità era perfetta. Nessun sole albeggiante avrebbe accecato i due piloti al momento di tirare la cloche e spingere la leva del gas.

Il volo 2201 avrebbe raggiunto l’Italia nell’arco massimo di 12 ore.

I 524 passeggeri e i 7 membri dell’equipaggio aspettavano solo l’ok della torre per poter intraprendere il viaggio che li avrebbe portati dall’America all’Europa.

Le hostess con il loro sorriso stavano illustrando ai passeggeri le procedure da attuare in caso di emergenza, mentre una musichetta di sottofondo rallegrava l’atmosfera ingannando l’attesa.

E tutto sommato in cabina si stava bene.

Marco, il secondo ufficiale, aveva appena 26 anni. Compiuti nemmeno da una settimana. Toscano d’origine, di Firenze, aveva viaggiato per il mondo inseguendo il suo sogno: volare. La camicia della Orbitas con i gradi sulle spallucce gli stava quasi larga, ma andava molto fiero di poterla indossare. E andava ancora più fiero della spilla dorata che la compagnia gli aveva donato che rappresentava un mondo con due ali. Le scarpe nere e lucide e i pantaloni blu scuri facevano comunque una gran bella figura sul suo fisico magro ma curato e le cuffie alle orecchie gli conferivano un’aria molto professionale.

Era pronto a tutto. Aveva fatto i suoi tre anni alla accademia aeronautica, e passava più tempo nella sala dove si simulavano le condizioni di volo in un super computer che in giro a bighellonare con gli amici della scuola piloti. Si vedeva lontano miglia che era uno che ci tiene. Aveva simulato guasti, tempeste e condizioni estreme per ogni singolo modello di aereo. Aveva fatto parecchie ore a pilotare i piccoli aerei della scuola piloti osando talvolta anche qualche acrobazia nel cielo sopra Firenze. Aveva fatto le sue rotte in affiancamento dei migliori piloti della Orbitas che gli avevano affidato le mansioni di check e controlli vari, magari una breve “pilotata” mentre si erano assentati per andare al bagno. Ma mai era stato lui a tirare la cloche di un bestione grosso come un 747.

Con il suo solito zelo stava controllando che tutte le piccole leve, tutti quei minuscoli interruttori sopra i comandi fossero tutti orientati nel verso giusto per garantire il massimo della sicurezza al momento del decollo. Fece anche un ultimo controllo del radar meteo per verificare se ci fossero perturbazioni sulla rotta.

Tutto gli pareva regolare.

-Capitano, check list ripetuta correttamente. Nulla da segnalare-
-Ti chiami Marco, da?- rispose il primo ufficiale quasi distrattamente in un italiano abbastanza zoppicante, anzi con un forte accento russo.

Il capitano era un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, robusto e con un po’ di pancia. Decisamente più trascurato nei dettagli rispetto all’impeccabile Marco. Originario di Mosca, era forse il più esperto pilota della Orbitas. Sotto gli occhiali squadrati e sotto un vistoso paio di baffi nascondeva anni di esperienza alla guida dei più grossi aerei del mondo nelle tratte più lunghe e complicate che gli erano state affidate.

-Allora Marco…-
-Sì capitano- rispose prontamente Marco.
-Quante ore di simulatore hai accumulato?-
-738 negli ultimi tre anni-
-E di volo in seconda?-
-23 rotte da copilota, di cui 7 transoceaniche-

-Bene. Oggi piloti tu-

Merda.

Marco non se lo aspettava. Stava continuando la sua formazione con precisione, ma non avrebbe mai previsto che gli sarebbe stata affidata così presto una macchina così grossa e potente come un 747. Aveva paura, sì paura che qualcosa andasse storto, che qualche flap non si aprisse correttamente o che il carrello non si chiudesse del tutto dopo essersi sollevati in volo. Aveva paura che qualche uccellaccio si infilasse in una turbina o che tirasse qualche leva o troppo presto o troppo tardi. O che una folata di vento troppo forte facesse vibrare eccessivamente il grosso Boeing.

Insomma Marco aveva paura di volare.

Come un uccellino al suo primo volo aveva tutti gli strumenti necessari tranne uno: il coraggio di fare quel salto nel vuoto che lo avrebbe consacrato una volta per tutte al mondo dell’aviazione.

-Capitano crede davvero che possa farlo? I protocolli della Orbitas prevedono che sia il primo ufficiale a dover tirare la cloche in decollo…- Fu quasi per scusarsi, per tirarsi indietro senza dare troppo nell’occhio, perché Marco quel passo nel baratro aveva troppa paura a farlo.

-Ah al diavolo i protocolli. Se non lo fai ora non lo farai mai più-

I due si scambiarono di posto

-Volo 2201 Torre. Autorizzati al rullaggio raccordo Bravo- gracchiò la radio nelle cuffie dei due ufficiali.

Il Capitano fissò Marco. Un solo sguardo. Uno sguardo che gli fece quasi gelare il sangue.

-Torre Volo 2201. Messaggio ricevuto. Ci portiamo al raccordo Bravo- rispose Marco con il suo inglese accademico.

Marco sganciò i freni che tenevano bloccato il bestione in posizione. L’aereo fece un quasi impercettibile sussulto fermo sul posto, segno che i freni manuali erano stati sganciati correttamente. Impugnò saldamente il volante della cloche e diede una tacca di gas. Il grosso 747 emise un fischio più lungo del solito, e cominciò leggermente a portarsi in avanti. Seguendo le linee gialle a terra che nell’aeroporto portavano  ai raccordi della pista, l’aereo avanzava lentamente nella giungla di parcheggi e raccordi che caratterizzava il grosso aeroporto di New York.

Marco stava pilotando.

A soli 26 anni. Nella sua testa era un frullare di pensieri. Non vedeva l’ora di raccontarlo alla famiglia, a tutti quegli amici che conosceva. Magari lo avrebbe scritto su Facebook o su Twitter. Non lo sapeva nemmeno lui. Ma al tempo stesso cercava di rimanere concentrato sui comandi, di tenere la mano più ferma possibile e di dare la giusta quantità di gas per non dare strattoni al veicolo.

In sette interminabili minuti si era portato a bordo pista.

-Torre volo 2201. Pronti al decollo-

-Volo 2201 Torre. Autorizzato al decollo-

Marco aspettava questo momento da tutta una vita. Ed era lì. A coronare il suo sogno. A pilotare il principe degli aeroplani. La paura al massimo, sapendo di avere 531 vite nelle sue mani. Nelle sue mani che in quel momento impugnavano la cloche. Lui avrebbe deciso quando dare gas, quando tirare verso di sé i comandi e fare l’impennata del decollo. Aveva una paura, ma tanta paura. I pensieri si susseguivano come saette nel suo cervello. Mentalmente ripassava tutti i comandi e la giusta sequenza, ma al tempo stesso malediceva quel vecchio russo che lo stava osservando destreggiarsi alla guida. La paura. La paura dell’incognito. La paura di un esame dopo aver studiato tanta, ma tanta teoria. La paura di fare qualche cazzata. Eppure era così fiero di se stesso, di dove era arrivato. Era così fiero di essere anche lui un vero e proprio pilota.

Diede gas al massimo.

Il carrello si staccò da terra.

Marco fissò il capitano che non disse nulla.

Tutte le sue paure, tutti i suoi pensieri si dissolsero come fumo.

In fondo volare è una cosa meravigliosa.

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