Il chitarrista

Buio. Tutto buio. Quel buio pesto, profondo, disorientante. Il buio di un seminterrato nel cuore di Parigi. Nel silenzio si sentiva lo zampettare dei topi nella fogna sottostante che scrosciava maleodorante. I rumori della via al di sopra erano ovattati da due tendine bordeaux che nascondevano quella taverna ad occhi indiscreti. Tacchi veloci e chiacchiericci lontani erano solo a pochi metri da un letto sfatto e da un tavolo dalle gambe traballanti, sudicio di cene fugaci.

E da una chitarra.

In quel lurido e malconcio buco, tra le coperte sozze e un neon che sfarfallava ronzando c’era lei.

Una chitarra.

Silenziosa tutto il giorno, muta su un trespolo di legno nero dignitosamente curato per quel letamaio.

Era la camera di Maurì, quello che si poteva permettere tra un lavoro da cameriere la mattina presto a servire le brioches calde ai signori della Parigi bene e gli studi al prestigioso “Conservatoire national supérieur de musique et de danse de Paris” indovinate voi in cosa…

Chitarra.

Chitarra classica per la precisione.

Maurì. Nemmeno sapeva la sua età. Aveva dietro una storia lunga un paio di decenni, inverni e primavere passate con i gitani, quelli che alcuni chiamano “sporchi zingari”, a suonare intorno ai falò scoppiettanti nelle sere di campagna. Tra le lucciole pulsanti e il frinire dei grilli, lontano dai “Gagè”, anni e anni di chitarre e piedi scalzi in piccole cittadine sparse per l’Est Europa. Non ricordava la prima volta che aveva preso in mano uno strumento, non ricordava la sua prima traccia e non conosceva nemmeno la sua origine, la sua famiglia. Aveva l’unica certezza di conoscere la musica come un padre conosce un figlio. E viaggiava, vagava senza meta su quei vecchi carrozzoni in legno dipinto di rosso. Poi tutto d’un tratto si era trovato a Parigi. Al Conservatorio. Buffo vero? Qualche tempo addietro infatti Maurì suonava bivaccando davanti a una chiesa diroccata in un posto che nemmeno avrebbe saputo identificare, e suonava e suonava senza spartito, senza ritmo, senza partitura. Totalmente in balia dei suoi pensieri… e un anziano si alzò per applaudirlo. Lui non ci badò, schifato dalla plebaglia che non può capire le note così pure e così profonde che nascono dal cuore e dall’anima di un vero musicista e non dallo spartito di un boyscout che suona alla Messa domenicale. Ma il tizio non era un ascoltatore di boyscout. Era un Consigliere del prestigioso “Conservatoire national supérieur de musique et de danse de Paris” e immaginate voi come sia andata.

Ma Maurì nonostante fosse il più bravo del suo corso, nonostante amasse imparare ogni giorno di più i trucchi del mestiere, mettere i diesis nello spartito come fa il più prestigioso cuoco stellato con le spezie nel suo piatto, nonostante le lodi dei tanti maestri che lo avevano seguito, non era soddisfatto.

Tornava quindi stanco a casa (o meglio in quel buco) la sera e prendeva lei.

La sua chitarra.

Non la prendeva come si impugna uno strumento musicale, ma la afferrava come il polso di una donna che vuole essere corteggiata con forza, con una passione violenta, morbosa, malata. E lui la prendeva e stringeva il manico forte, molto forte con erotica veemenza.

La appoggiava poi sulle gambe, ma i preliminari continuavano più dolcemente. Le carezzava i bordi, per togliervi la polvere, con delicatezza come se stesse accarezzando la schiena nuda di una donna. Sentiva il legno tiepido sotto i polpastrelli e faceva ondeggiare le dita in una carezza carnale a quello strumento.

Maurì afferrava quindi dolcemente la sua puttanella, si perché così dobbiamo chiamarla dopo che Maurì aveva passato tra le mani le migliori chitarre del regno di Francia. Quella era solo una misera puttanella.

E lo spettacolo iniziava.

Il manico saldo nella mano sinistra, dove le dita veloci toccavano i punti giusti per far apparire note morbide. L’altra mano sceglieva invece la corda da pizzicare, mai che usasse un volgare plettro per corteggiare il suo amore ma semplicemente ogni dito era in comunicazione con quello dell’altra mano, collegato da un filo invisibile di spirito, per far uscire la giusta nota al momento giusto.

Era come se le sue dita danzassero lungo tutto l’asse dello strumento, lungo quelle corde tese, lungo quel manico di legno di mogano che negli anni aveva regalato a Maurì i più bei momenti di gloria.

Toccava, toccava ogni corda con fare morboso, come se stesse donando il proprio corpo e il proprio spirito a una ragazza. Sentiva il respiro affannarsi come nel più glorioso degli amplessi, ma manteneva le mani ferme e concentrate sulla sua puttanella.

La mano sinistra saliva e scendeva e si muoveva come le zampe di un ragno che tesse la più bella delle tele. La mano destra invece solleticava la pancia dello strumento, in quel monte di Venere dove le note risuonano armoniose.

Partiva piano, delicato. Si mordeva un labbro. Gli piaceva sentire la corda rigida sui polpastrelli, sulle dita callose. Ma poi non resisteva e voleva toccare sempre di più, sempre di più, sempre di più in un vortice di passione.

E a suonare era finalmente la sua anima. Alla fine non c’erano spartiti ad obbligare un diesis o un do nella musica più pura. Il diesis e il do li metteva dove voleva. Sceglieva anche senza troppa cura le note, senza troppa didattica, senza un metronomo bacchettone che scandiva per lui i tempi.

La sua musica era qualcosa di spettacolare. Sentendola ti pareva di vedere due corpi nudi danzare davanti alle fiamme che per qualche minuto illuminavano quella taverna di colore, quel posto dove un artista stava suonando la sua anima. Le fiamme dei falò che bruciano nelle campagne circondati da gitani, che suonano musica malinconica o musica allegra a seconda delle serate e dell’umore della compagnia. Fiamme che nascevano da quelle stesse corde che venivano pizzicate, luci che splendevano nel buio di quell’antro. E le donne danzavano sensuali in quelle note tra lo scalpiccio dei piedi e la risata di un bambino biondo divertito. E i suoi occhi, anch’essi si infiammavano e la musica scorreva potente nelle vene di Maurì incendiandogli l’anima. E il ritmo si faceva sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte… e Maurì era sempre più veloce, sempre più affannato, sempre più concentrato… e poi il nulla.

E ancora il buio.

E ancora il silenzio.

E solo i topi avevano udito tutto ciò.

Dedicato a Mattia Mauro il mio amico chitarrista (Nicolò Bertolini)

https://fmfotoreporter.wordpress.com/ (foto sua)

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