L’inverno è arrivato

L’inverno è arrivato. Non è vero che esiste l’autunno. L’hanno creato per i bambini e per i fungaioli. Per i sognatori delle pozzanghere e delle caldarroste. L’inverno è arrivato puntuale, è sceso sopra i nostri volti, imbiancandoli, impallidendoli, candidi e marmorei, con quelle occhiaie olivastre di chi si sveglia con il buio e si addormenta con il buio.

L’inverno è arrivato, ha bigiato il cielo con i suoi orizzonti cinerei, ingiallito i prati e imbarazzato il crepuscolo nelle sere più limpide. E i timidi raggi solari non ti afferrano più roventi ma ti solleticano la schiena nelle ore più calde. La routine dei neon sfarfallanti è iniziata con autobus straripanti che svegliano la mattina e ci riaccompagnano a casa la sera, in una danza macabra che è la nostra quotidianità. Sottili gocce di pioggia bagnano i vetri nell’alone di un semaforo, bagnano le risate dell’attesa nel cortile della stazione dove il freddo fischio di un treno spezza l’aria in mezzo alla folla di pendolari. Eppure io non ho freddo. Guardo tutto ciò da occhiali sporchi, appannati e nebbiosi, da una mente confusa e caliginosa, sognante e contorta che è specchio di un mondo che forse non esiste e non esisterà mai. E anche se il vento gelido mi scompiglia i capelli, mentre corro dietro a un autobus, mentre volo in bicicletta a consumare come sigaretta qualche ora in biblioteca, non ho freddo. Perché nel mondo non c’è freddo. Non lo vedo. Non lo sento. Accarezzo la carta ruvida e calda del libro che sto leggendo, che non importa che parli di politica o della storia di un amore mai esistito, ma qualcuno l’ha scritto e l’ha scritto per me, o anche per me, e ciò, l’idea che qualcuno ancora oggi graffi la carta per un ideale mi scalda. Come mi scalda la pelle, la pelle umana quando la tocco, che sia una stretta di mano, veloce, rapida e sudaticcia piuttosto che sia il puro abbraccio di un amico in cui i lembi di pelle delle guance si toccano e si screpolano a vicenda. E poi uno sguardo. Il mondo è pieno di sguardi. Ognuno con la sua storia, con la curiosità che lo circonda, con la sua profondità e torvità, con i suoi colori che dal più chiaro al più scuro scaldano. E scarabocchiare. Quanto è bello scarabocchiare? Scrivere nella riga sopra e nella riga sotto senza seguire uno schema preciso ma per il gusto di scrivere e scrivere ancora per far bruciare la penna di tutto quello che ti circonda, di tutto quello che provi, di tutto quello che ami. Non ci sarà inverno se ancora un filo di amore ti bagna e ti bagna come il più freddo dei mari gelandoti, raffreddandoti la mente ma dandoti quella piccola forza di andare avanti, di metterti a studiare quanto è interessante la gente, di metterti a correre senza un perché, e a tua volta di odiare e odiare per davvero proprio perché ami. E se mi sentisse Catullo mi darebbe un abbraccio. Ma Catullo è morto e siamo rimasti in pochi a trarre amore dall’odio, a trarre sogni da fallimenti, i fallimenti più pesi, a scrivere per il gusto di farlo. A guardare tutto da un’altra prospettiva e a compiacersi di sé stessi perché la gente si lamenta e si lamenta, si lamenta e basta perché è insoddisfatta o perché ha freddo. E le piccole cose. I colossali, energumeni dettagli, quella virgola al posto giusto che rende il post-it sopra il frigorifero una poesia di Neruda agli occhi di un bambino. Credere nel futuro, in ogni occasione, in sé stessi e un po’ negli altri, in quello che ci aspetta ma senza aspettative. Basta credere di cavarsela e te la sei già cavata. E tutto ciò, la pelle, gli sguardi, l’amore mancato e il bus in ritardo mi scaldano. Eppure l’inverno è arrivato.

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