L’amore si può toccare

Ho toccato l’amore. E come hai fatto? Ho toccato l’amore ed è stato bellissimo.

L’amore. Indescrivibile. Imperscrutabile. Trascendentale. Eppure io l’ho toccato. Potente. Travolgente. Imprevedibile. Ho toccato l’amore ed è stato bellissimo. Sì, abbiamo capito. Ma come hai fatto?

Due cuori. Due anime. Due corpi. Due menti. L’amore inizia così. Con uno sguardo, una risata, un pianto. Simpatia, complicità, calore umano. Qualche messaggino, una chiacchierata, un bacio che scappa improvviso e inaspettato. Inizia tutto così. Due spiriti che si avvicinano, sempre di più, sempre di più, sempre più vicini. E poi si toccano. Collidono. Una scintilla. Una misera, minuscola, infinitesimale scintilla che varca il confine di una semplice amicizia. E fa scoppiare una bomba. Una polveriera che si annida nel cuore di ognuno di noi.

Ho imparato tanto dall’amore. Nell’ultimo anno. Negli ultimi mesi. Negli ultimi giorni. Nelle ultime ore.

E l’ho toccato.

L’amore è Carnevale. Inizia così. Una festa. Coriandoli ovunque. Carri che sfilano nella musica, ricchi di sentimenti, carri che sprizzano allegria perché così ci sentiamo quando siamo innamorati. Gioiosi. Allegri. Felici. Spensierati. Euforici. Con i cuori gonfi di buoni propositi, di piccole attenzioni e di grandi progetti. Ed è lì che è il vero Carnevale. Nelle nostre anime. Anime vestite da Arlecchino. Piene di pezze cucite assieme con mano tremante, con mano frettolosa. Pezze che rappresentano le gioie e i dolori della vita, che rappresentano esperienze e frammenti di quotidianità. Pezze di mille colori e di mille dimensioni. Di mille sfumature. Tutte diverse. Tutte uniche. Tessute nel corso di un’intera esistenza. E quando si è innamorati allora queste pezze ce le si strappa dal proprio vestito, dal proprio animo con un’euforica brutalità. E le si cuce dolcemente sul cuore dell’altro, con la mano di una vecchia nonna che rammenda i pantaloni del nipote. E che sorride perché lo fa volentieri. Si regala all’altro una parte della propria forza, e non un lucchetto sul Ponte Milvio, si regala all’altro qualcosa che abbiamo preservato nel nostro cuore tanto a lungo come un tesoro prezioso e davanti all’amore lo strappiamo, squarciando noi stessi per poi donare, donare perché l’amore è dono, non pretende nulla in cambio, se non quel sorriso di una vecchia nonna. Quello è l’amore.

L’amore è tempesta. Diventa tempesta. Ogni giorno sempre di più. Sturm und drang. Sentimenti che soffiano forti come i venti dei mari, che spazzano via tutto, che ti portano alla deriva, una deriva che ti impedisce di controllare il cervello. Uragano di emozioni, ciclone di sensazioni esaltanti e sconvolgenti. Ti piace gridare in quella bufera, tra fulmini, tuoni e saette. Tra la pioggia che ti sferza il viso e l’anima, urlare parole senza senso, abbaiare bestemmie di una potenza sconosciuta. Mordere la vita come una bistecca, aggrapparsi ad essa come salvagente in mezzo alle onde, assaporandone il suo sapore più frizzante, più succulento. Ma alla fine della tempesta c’è la calma. Quando arrivi naufrago ed esausto su una spiaggia sperduta, ti corichi sulla calda sabbia del mattino. E chiudi gli occhi. Pace. Silenzio. Tranquillità. Il tuo angolo di paradiso. Il tuo locus ameno senza bufere. Una spiaggia che ti culla con il suo sciabordare tranquillo delle onde, all’ombra dei cocchi e delle palme. Una spiaggia su cui puoi piangere, su cui puoi confidarti, su cui puoi riflettere, rilassarti, riposarti. Su cui puoi rifugiarti. Su cui puoi scavare una buca e nascondere un tesoro di una preziosità inestimabile. Te stesso. Su cui puoi rinascere, riscoprirti, leggere e scrivere le parole di una vita. Della tua vita. Nella calma. Nel silenzio. Quello è l’amore.

L’amore non è fatto di seghe e pompini. Non è fatto di lingue che danzano su corpi nudi provocando brividi di piacere, infinitesimali orgasmi che si dissolvono nel nulla. Nel niente. Momentanee e umide glorie che bagnano corpi asettici. Nell’amore a scopare sono le anime. E scopano duro. Si prendono e si sbattono con un furore mai visto, menti che si scrutano, che si esplorano, che si toccano. Anime che danzano nude assieme nella musica della vita. Nelle melodie del suono, nei balli dell’esistenza. Nude perché nel vero amore si è nudi davanti all’altro, senza filtri, senza nulla che ci copre. Si è nudi come quando siamo nati, indifesi. Si regala la semplicità di se stessi, con i propri pregi ma anche con i propri difetti. E si accettano le piccole imperfezioni dell’altro, ci si ride su, ci si scherza e si valorizzano. È un’intesa che va ben oltre le mani che accarezzano, le lingue che si incrociano, i corpi che si strusciano. Capisci di amare l’altro quando non provi solo piacere fisico ad osservarlo, a parlarci, a coccolarlo. Provi orgasmi multipli nella tua testa quando basta solo uno sguardo complice per farti sorridere. Per far capire il collegamento potente ed invisibile che si è instaurato. Per dare un senso alla tua giornata. Per non farti sentire solo. Per farti sentire vivo. Per farti amare la vita. Per farla bruciare. Quello è l’amore.

L’amore è merda. Una gigantesca montagna di merda. Perché sì, prima o poi si litiga, prima o poi ci si scontra, prima o poi si collide. E allora si tira merda sull’altro. Tanta merda, di quella che fuma ancora e che puzza proprio. E si può arrivare a sporcare molto con quella merda. Si può sporcare l’anima dell’altro. Ma come dice una bellissima canzone “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Ed è allora che sta a noi rimboccarci le maniche. Perché se amiamo con sincerità spaleremo tutta quella merda anche con un cucchiaino da caffè. Possiamo fare mille regali, dare mille baci, offrire mille cene, ma da quelle non nasce niente. Simpatia forse. Ma non amore. È dalla merda che l’amore nasce. Dai conflitti, contrasti, più potenti della bomba del vecchio Kim, perché se l’amore è puro e sincero si supera tutto assieme, ci si rimboccano le maniche e si spala. E se l’amore c’è, allora sotto a quella montagna di merda ci sono ancora le fondamenta. E da lì si deve ricominciare tutto. Quello è l’amore.

L’amore è un po’ Cristo. Si quel Cristo a cui io non credo e che ignoro completamente nella mia esistenza. Proprio lui. Perché nonostante sono sicuro che i pani e i pesci non si possano moltiplicare lo ammiro per quello che ci ha insegnato. Con il suo sangue, con la sua croce ci ha fatto capire che per amore si deve soffrire, che per amore si può salire fin in alto sul Calvario con un peso enorme che ci schiaccia, eppure continuare ad amare e dare la vita per quell’amore fino all’ultimo. Ha fatto colare un sangue che ha dissetato l’umanità. Un sangue che dobbiamo essere pronti anche noi a versare, per dissetare, senza paura, senza rimorsi. Come scrive D’Avenia: “L’amore non esiste per renderci felici ma per dimostrare quanto sia forte la nostra capacità di sopportare il dolore”. E poi quel furfantello di Cristo ci ha dato il dono più bello: il perdono. L’amore può torturarti, può farti soffrire, può farti urlare al mondo tutta la tua angoscia. Ma poi devi perdonare. Devi amare non per essere ricambiato, ma per la felicità del prossimo. L’amore è più bello quando non pretende nulla in cambio. Quello incondizionato. Non vuole baci, carezze, sesso, ma solo la felicità. La felicità dell’altro. E quando l’altro è felice allora lo sei anche tu. Quello è l’amore.

L’amore non è fatto di belle parole. Potrò scrivere anche il più bel testo del mondo, ispirato da sentimenti onesti e genuini. Ma quello non è amore. L’amore, ho imparato, non sono le lettere a Milena di Kafka, non è una Divina Commedia, non è un Decameron. Il gridare “Ti amo” non è amore. Il vero significato dell’amore non lo si può descrivere, non lo si può racchiudere. Posso solo provarci con questo testo, una bolla di fumo momentanea destinata a sfumare nel mare delle cose scritte e riscritte. L’amore è fatto di gesti. Sì, gesti. Gesti concreti. Una carezza leggera e delicata può significare più di mille parole. Un bacio sulla fronte nel buio della camera. E poi ancora condividere la sofferenza, viverla assieme. Compatire, patire assieme. Un semplice messaggino al momento giusto, un consiglio, una corsa sotto la pioggia, le risate, una critica che fa male ma aiuta, un rimprovero, un cioccolatino passato di nascosto sotto il tavolo e fanculo la dieta. La bellezza delle piccole cose, dei piccoli gesti, dei pensieri più puri e sinceri, che non nascondono la ricerca di un corpo ma ancora una volta la ricerca di un’anima. Un discorso guardando dritto negli occhi, con le guance rigate di lacrime, con il cuore pesante e il cervello rovente. Quello è l’amore. Non i like. Non le incisioni. Non gli anelli. Non le cose materiali. Quello è l’amore.

L’amore siamo noi. Ho imparato che per amare gli altri prima dobbiamo amare noi stessi. Sì, noi stessi. Dobbiamo volerci bene. E per volerci bene dobbiamo essere pronti a tutto. Pronti a soffrire, pronti a gioire, pronti a crescere, pronti a metterci in discussione. Pronti ad accettare l’altro in tutte le sue forme, a rispettarlo, ad onorarlo. Pronti a farci da parte, a rimanere presenze invisibili e cordiali anche se dentro stiamo morendo. L’amore serve anche a noi. Ci fa crescere, vedere tutto sotto altre luci, sotto altre prospettive. Ma crescere, crescere e sempre crescere. Maturare, affinare il pensiero, imparare dai propri errori. L’amore serve anche a questo, a vivere la vita. A vivere noi stessi. Un cammino lungo e tortuoso. Con le gioie. Con i dolori. Con le vittorie. E con le sconfitte. Quello è l’amore.

Tutto questo ho imparato dall’amore.

E l’ho imparato toccandolo

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