Il signor P

Ore 23.
Tornavo a casa dopo un lungo pomeriggio stressante passato a studiare e ripetere.
Con il mio fuoristradino abbastanza ignorante.
La fatica negli occhi e nell’anima.
Guido prudentemente, soprattutto la sera dove gli occhi sono un po’ più stanchi.
Le strade poi sono affollate il sabato, zeppe di giovani che si rincorrono tra un locale e l’altro, troppo spesso con il fischio nelle orecchie per la musica troppo alta e il bicchiere troppo pieno.
Io invece forse sono troppo prudente.
Cintura.
Vado piano.
E difficilmente sorpasso.
Tipo Ned Flanders.
Lascio sempre attraversare chi ne ha bisogno, con un gesto di cortesia sempre più raro nelle nostre strade.
Quando vedo lui.
Ritto in piedi a pochi metri dalle strisce pedonali.
Suppongo sia un uomo anziano, intimorito ad avvicinarsi anche solo al ciglio della strada.
Chissà da quanto aspetta poveretto.
Rallento.
Lo osservo meglio.
Pantaloni scuri, penso neri.
Una giacchetta grigia che mette in evidenza un po’ la sua gobbetta.
Rallento ancora.
Non capisco bene cosa abbia in testa, forse un buffo cappello o forse sotto la giacca tiene una felpa blu.
Comincio a chiedermi se conciato così possa essere davvero un vecchio o uno dei tanti spacciatori che bazzicano la zona.
Orma sono fermo davanti alle strisce pedonali.
Ma lui è lì impassibile.
Gli faccio cenno con una mano di passare in un atto di estrema gentilezza.
Impassibile.
Guardo meglio.
E niente era un parchimetro.

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