Analfabetismo funzionale: pigrizia e ignoranza?

Aggirandomi per i meandri dell’Internet, facendo zapping tra blog, siti e forum ho trovato un argomento di cui avevo sentito parlare poco o nulla che ha attratto particolarmente la mia curiosità. Un argomento abbastanza ostico, di cui non vorremmo sentire parlare perché ci riguarda piuttosto da vicino. E che, nonostante i centinaia (se non migliaia) di siti che lo trattano, dibattiti su dibattiti, e una pagina di Wikipedia dedicata, sia ancora piuttosto sconosciuto.

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Il business del drammatico

Chi sfoglia con passione la carta stampata di un quotidiano, guarda i telegiornali o ascolta la radio mentre si reca al lavoro in auto ha sicuramente avuto modo di apprendere le tristi notizie che si sono succedute in questi giorni. L’incidente ferroviario in Puglia, l’attentato a Nizza e il tentato colpo di stato in Turchia, in aggiunta alla solita sfilza di omicidi, incidenti e violenze.

La settimana appena trascorsa ha richiesto a molti giornalisti di fare gli straordinari, anche per documentare le evoluzioni che ora per ora accadevano in questi contesti.

Si è scritto, detto, raccontato, filmato, fotografato tanto su questi avvenimenti.

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Il male della banalità

Appena finisco di scrivere un testo, una riflessione, una serie di pensieri penso subito a quale può essere l’argomento successivo. Penso a cosa trattare stavolta, di quali fatti di attualità posso parlare, quali sentimenti esprimere, quale fantasia sfogare. Nella mia mente faccio centinaia di collegamenti ipertestuali cercando parole chiave che possano essere di spunto per il prossimo scritto e per quello dopo ancora. Vorrei trattare di tutto, parlarvi delle mie figure di merda colossali, delle esperienze che mi hanno condizionato la vita, di storie che mi invento sul momento, di persone e aneddoti che mi hanno insegnato tanto. Vorrei riuscire a descrivervi tante vicende, tante emozioni, tanti pensieri.

Eppure lotto contro l’eterno nemico: la banalità.

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Fu solo uno sguardo

Me lo ricordo come se fosse ieri. Eppure è successo almeno tre anni fa. Camminavo per strada assorto nei miei pensieri. Chissà a cosa pensavo su quel tratto di via, fissando i disegni che i sampietrini formano ad intervalli regolari, i mozziconi di sigaretta pestati e ripestati, i tombini sotto i quali sentivo l’eco dei miei passi. Camminavo svogliato, alzando di tanto in tanto lo sguardo per non andare a sbattere contro qualcosa o contro qualcuno. Incrociavo tante persone, tanti volti ignoti nell’oceano di facce che riempiono una strada affollata. Alzai per pochi decimi di secondo lo sguardo, solo un attimo per schivare l’ennesimo pedone.

E vidi lei.

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Una passione chiamata scrittura

In molti mi chiedono perché scrivo.

Ho tanti sogni. E uno di questi è scrivere.

Ci sono varie ragioni perché lo faccio. Mi piace esternare i miei pensieri, vederli in nero nel candore della pagina. Ho voglia di condividere le mie emozioni, di farle conoscere. E poi mi piace coinvolgere. Non c’è nulla di più bello di immergersi nella lettura di un libro ben fatto, di un articolo coinvolgente o di una storia affascinante. Entrare in un mondo parallelo, dove vivi quello che l’autore ha deciso di farti vivere. L’autore ha deciso che gioirai, verserai lacrime, rimarrai perplesso o stupito.

Così sarà.

Sarai un eroe o un esploratore, un innamorato o fuggitivo, un assassino o un investigatore, un pirata o semplicemente un ragazzo di venti anni. Dovrai pensare riflettere, ricordare, scavare dentro te stesso.

Così sarà.

L’unico modo di uscire da questo avatar cartaceo è chiudere il libro, accartocciare la pagina o premere esc. E ammettere di non avere il coraggio di proseguire.

Ma così ti perderai il finale.

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